SPORT WOR(L)DS

parole in libertà dal mondo dello sport

martedì 30 agosto 2011

EUROPEI DI BASKET 2011: PREVIEW

Vigilia della prima palla a due dei campionati Europei di Basket in calendario dal 31 agosto al 18 settembre in Lituania. Ventiquattro i team ammessi al tabellone del torneo, suddivisi in quattro gruppi da sei squadre, che si contenderanno l’accesso alla seconda fase a gironi.

Posta in palio raddoppiata per l’edizione 2011, la trentasettesima della manifestazione organizzata dalla FIBA: le finaliste otterranno il pass olimpico per i Giochi di Londra del prossimo anno. Grande interesse anche per vedere all’opera le numerose stelle NBA impegnate che proveranno a caricarsi sulle spalle le proprie selezioni nazionali e si terranno in forma in attesa di conoscere il destino della stagione cestistica a venire d’oltre oceano.

Gruppo A composto dalla favorita d’obbligo, la Spagna campione uscente, guidata da Sergio Scariolo in panchina e forte sul parquet della presenza dei fratelli “americani” Pau  e Marc Gasol che formano una coppia di lunghi inarrivabile a livello europeo. Alle due torri catalane si affiancano esterni di talento come il giovane fenomeno Ricky Rubio ed i più esperti Calderon e Navarro, oltre ad una batteria di cambi di assoluto valore. Inserite nel primo girone anche la Lituania padrona di casa, paese dalle grandissime tradizioni cestistiche e reduce dal prestigioso bronzo mondiale 2010, e la Turchia che può schierare nel quintetto titolare la strapagata ala degli Orlando Magic Hedo Turkoglu ed il lungo Kanter, terza scelta assoluta dell’ultimo draft. Completano il gruppo la Gran Bretagna del “bull” Luol Deng che proverà ad inserirsi nella lotta per il passaggio del turno; la Polonia del centro dei Phoenix Suns Marcin Gortat e la cenerentola Portogallo, priva di nomi di spicco e qualificatasi in extremis per la manifestazione.

Gruppo B che vede impegnata l’Italia che per la prima volta  potrà schierare contemporaneamente i tre assi “americani” Bargnani, Belinelli e Gallinari. Qualche problema sotto canestro, dove appare essere un po’ troppo leggerina, ed in cabina di regia per la selezione di Pianigiani che proverà a sfidare la Germania di “wunderDirk il magnifico” Nowitzki, trascinatore nell’ultima stagione dei suoi Dallas Mavericks al primo titolo NBA, per il passaggio del turno. I primi due posti del girone, difatti, appaiono già assegnati alle due corazzate continentali Francia e Serbia: i “galletti” possono disporre del play dei San Antonio Spurs Tony Parker e di un’invidiabile batteria di giocatori dall’alto tasso di atletismo tutti provenienti da formazioni americane: Batum, Diaw, Mahinmi, Noah e Pietrus. La nazionale serba, argento agli europei 2009, si affida invece ad un gruppo di cestisti militanti nel vecchio continente. Completano il gruppo la Lettonia di Andris Biedrins, centro dei Golden State Warriors, e la mina vagante Israele che, privata di Casspi ala dei Cleveland Cavaliers fermato da un infortunio, si affiderà allo zoccolo duro degli atleti del Maccabi Tel Aviv, uno tra i club più blasonati dell’Euroleague.

Di forte estrazione balcanica il Gruppo C che presenta la Croazia di Jasmin Repesa, principale indiziata al passaggio del turno, oltre a Bosnia, Macedonia e Montenegro. Completano il raggruppamento la talentuosa Grecia di Bourousis, Fotsis, Papaloukas e “babyshaq” Schortsianitis, e la Finlandia, probabile squadra materasso del girone.

Gruppo D, infine, con la Russia dell’ala degli Utah Jazz Andrej Kirilenko e del naturalizzato play Holden. Alle spalle dell’armata rossa, ecco la giovane Slovenia degli esterni Dragic ed Udrih. Lotta incerta per la terza piazza utile al passaggio del turno tra l’Ucraina, il Belgio, la Bulgaria e la Georgia del “cattivissimo” centro degli Atlanta Hawks Pachulia.


domenica 28 agosto 2011

(AUTO)SCACCO AL RE

Voleva essere un pezzo celebrativo di Christophe Lemaitre, il ventunenne velocista francese, primo bianco a scendere sotto l’invalicabile (per molti, ma non per tutti) muro dei dieci secondi netti nella prova dei 100 metri piani. Voleva essere l’articolo del gradito ritorno di un uomo bianco nel gran ballo dell’elite dello sprint mondiale. Voleva essere, magari… Se possibile… Anche il fedele resoconto di una gara spettacolare conclusa con un bianco sorridente ed ornato di bronzea medaglia.
Sì perché per la regina delle discipline sportive riglobalizzare il campo partenti nelle finali olimpiche e mondiali della prova più seguita e ammirata è vitale. Perché da troppo tempo Giamaica e Stati Uniti cannibalizzano il settore ed il resto del mondo sta a guardare. Perché da troppo tempo mancano all’atletica mondiale i Valerij Borzov, i Marian Woronin oppure ancora, con un pizzico di sana nostalgia patriottica, i Livio Berruti ed i Pietro Mennea.
Quest’articolo voleva essere questo e tante altre cose. Ma come si può scrivere liberamente e non pensare a quanto successo in una serata coreana di fine estate senza sogni da inseguire ed un incubo da scacciare, con buona pace di Shakespeare? A quell’icona dello sport moderno autodetronizzatasi dal trono come fosse un sovrano qualsiasi. Ad un re nudo di medaglie ed allori, e spogliatosi persino della maglietta e dei suoi istrionismi gigioneggianti che lo avevano reso personaggio dentro e fuori la pista.
Che Usain Bolt potesse perdere questa finale mondiale era dopotutto possibile: nello sport di scontato non c’è mai stato né ci sarà mai nulla. Che ogni favola sportiva, anche la più bella e longeva, abbia un brutto più che bel giorno termine è nella logica delle cose. Che i dubbi si addensassero sulle reali condizioni fisiche di Bolt tra i commenti di chi lo accreditava di un possibile tempo attorno ai secondi 9 e centesimi 70 in presenza di condizioni di vento favorevoli e di chi, come l’ex tre volte iridato della specialità Maurice Green (invero preso per matto), dirottava i favori del pronostico in altre direzioni ci stava pure. Meno preventivabile era ciò che realmente è successo.
Forse assalito dalla nostalgia vista la mancanza dei rivali storici Asafa Powell e Tyson Gay… Forse nervoso per una condizione che stentava a ritrovare… Forse preoccupato dall’esplosione del giovane connazionale Yohan Blake (alla fine medaglia d’oro col tempo di 9”92)… Forse disturbato dal vento che soffiava in direzione contraria e che poteva sfavorire lui, alto 195 centimetri, piuttosto che il brevilineo rivale… Usain decide di suicidarsi, sportivamente parlando, anticipando di oltre un decimo lo sparo dello starter. Falsa partenza, occhi increduli (i suoi e di chi assisteva) e null’altro da aggiungere.

Alla fine Lemaitre è giunto quarto: solamente medaglia di legno, e potrebbe già andar bene così. Ma dopo tutto chi se lo ricorderà?

PRIMA GIORNATA DI SERIE B: IL PUNTO

Trentadue marcature complessive e tre vittorie esterne per una prima giornata di campionato della serie B 2011/2012 con tanto spettacolo ma poche sorprese, tutte concentrate nei prologhi al sabato di apertura del torneo.
L’esordio stagionale assoluto è a dir poco roboante: uno scintillante 2-2 tra Sampdoria e Padova scandito da un botta e risposta continuo e prodezze individuali da stropicciarsi gli occhi (su tutte la volée d’alta scuola balistica di Milanetto) tra la grande favorita del ballo del nuovo dinamico duo Sensibile-Atzori ed i patavini del riconfermatissimo Dal Canto in panchina. Fischi, a dire il vero immeritati, alla fine del match da parte dei ventimila fedelissimi blucerchiati nei confronti della squadra sia per il valore dell’avversario, appena due mesi fa impegnato sino all’ultimo respiro per il salto di categoria, sia per l’impegno profuso da Palombo e compagni che, al di là del risultato finale, hanno dimostrato di essersi già calati nella giusta mentalità necessaria ad affrontare un torneo lunghissimo ed agguerrito come la nostrana serie cadetta.
Nel secondo anticipo vittoria esterna per il Pescara di Zdenek Zeman (bentornato!) che ha violato il Bentegodi dell’Hellas Verona da alcuni pronosticata come possibile nuova Cesena o Novara, formazioni in grado nelle ultime annate di compiere il doppio salto dalla Lega Pro alla massima serie in appena due stagioni.
Il grosso del turno nella giornata di sabato non ha invece riservato particolari sorprese: vittorie casalinghe per la Reggina (4-1 sul Modena), altra protagonista ai play-off della scorsa stagione, trascinata da un Campagnacci con un anno di esperienza in più sul groppone in categoria e dal “figliol prodigo” Missiroli, autore di una rete di “messiana” memoria; per il Sassuolo che dopo una stagione quantomeno travagliata riparte con malcelate ambizioni di vertice assoluto (3-1 sulla Nocerina);per il retrocesso Brescia, partito tra lo scetticismo degli addetti ai lavori e qualche mugugno proveniente dai settori più caldi della tifoseria, col più classico dei risultati (2-0) sul Vicenza.
Chiusa la pratica già nella prima frazione, il Grosseto conferma le buone impressioni suscitate nell’ottimo precampionato regolando col doppio scarto (2-0) il Gubbio ed è ora atteso a confermarsi in banchi di prova più impegnativi. Vincono di misura sul terreno amico anche il Cittadella (2-1 sull’Albinoleffe) che ottiene tre punti già pesantissimi in chiave permanenza e l’Empoli di mister Aglietti che supera con gran fatica ed in rimonta (2-1) la matricola Juve Stabia.
Vittoria esterna per il Torino di Giampiero Ventura che espugna il Del Duca di Ascoli tra le polemiche arbitrali per il dubbio rigore del pareggio firmato dal solito Rolando Bianchi e per l’ingiusta espulsione del bianconero Gazzola sul risultato di parità. Vittoria esterna con identico punteggio ed analogo andamento anche per il Livorno in quel di Crotone. Unico 0-0 di giornata sul terreno del Bari che ha provato invano a superare il Varese.

martedì 23 agosto 2011

LA DONNA BIONICA

Se speravate di  trovare una pagina in cui affondare nei ricordi della vostra infanzia a suon di serie televisive dei maestosi tempi andati avete sbagliato indirizzo. La donna bionica in questione non è certamente quella del datato telefilm del finire degli anni ‘70 interpretata dalla bella Lindsay Wagner. La donna bionica esiste realmente in carne, ossa e pagaia ed è nata a Goch, Germania (ancora Ovest al tempo), una cittadina della Renania Settentrionale a un passo dal confine franco-tedesco, quasi 47 anni fa. Ma dal 1990 vive in Italia a Santerno, piccola frazione nel comune di Ravenna, dove ha trovato in uno strano ma funzionale connubio amore e allenatore.
Josefa Idem, questo il suo nome, non ha come la protagonista della serie tv alcuna protesi bionica agli arti ma solo una volontà d’acciaio inossidabile; volontà che l’ha già portata, nonostante la parola fine sia ancora ben lontana dall’essere scritta, nella leggenda dello sport. Una carriera irripetibile: 36 anni di competizione agonistica di cui 30 di gare internazionali; 35 medaglie internazionali tra cui 5 olimpiche e 5 titoli iridati; 7 partecipazioni olimpiche a partire dal Los Angeles 1984 per finire, dopo un giretto attorno al mondo passando per ogni continente, a Pechino 2008.
La storia olimpica di Josefa comincia a 20 anni nei boicottati giochi della Città degli Angeli sotto la bandiera tedesca; ed è subito amore: arriva un bronzo nel K2, 500 metri, in coppia con la Schuttpelz. Dopo la delusione di Seul 1988 dove Josefa non raccoglie alcuna medaglia arriva il trasferimento in Italia ed il matrimonio col suo allenatore Guglielmo Guerrini. Acquisita la cittadinanza Josefa comincia a gareggiare per l’Italia ma a Barcellona 1992 arriva solamente una medaglia di legno nel K1, 500 metri. La maternità di Janek, oggi il suo primo tifoso, nel 1995 è il preludio ad un lustro stracarico di trionfi: arrivano il bronzo olimpico bis ad Atlanta 1996 e l’oro a Sidney 2000, entrambi nella prova K1, 500 metri. Nel mezzo 3 titoli mondiali e 5 continentali. Tornata a gareggiare ai Giochi Olimpici di Atene 2004 (sesta partecipazione consecutiva) dopo la nascita del secondo figlio Jonas tra lo scetticismo generale, stupisce il mondo cogliendo l’argento nella “sua” gara a quasi 40 anni ed appena 15 mesi dopo il parto. A un passo dai 44, schiuma di rabbia per l’oro perso per appena 4 millesimi alle Olimpiadi di Pechino 2008 svelando al mondo il segreto del suo successo: determinazione incrollabile, ardore agonistico e gusto per la competizione senza pari.
Di appendere il remo ad un improbabile chiodo non se parla nemmeno; e allora via all’ennesima avventura. Grazie al pass conseguito ai mondiali di Szeged in Ungheria, la Idem sarà ancora una volta protagonista nella rassegna a cinque cerchi di Londra 2012… Per l’ottava volta. Prima donna nella storia dello sport mondiale (si lascerà alle spalle la sprinter giamaicana Merlene Ottey ferma a quota sette) a raggiungere questo primato che la porrà fianco a fianco a miti dello  sport internazione ed italiano come i fratelli cavalieri D’Inzeo.
Ma non pensiate che la donna bionica si accontenterà del prestigio del record… Sbagliereste di grosso. La donna bionica ha ancora tanta fame ed un solo obiettivo: la medaglia d’oro. E la storia continua…

martedì 16 agosto 2011

MONDIALI DI ATLETICA LEGGERA 2011: PREVIEW

Dieci giorni al via della tredicesima edizione dei Mondiali di atletica leggera in programma a Daegu, Corea del Sud, dal 27 agosto al 4 settembre. L’edizione pre-olimpica dei Mondiali è da sempre specchio fedele della situazione complessiva della “regina” delle discipline sportive in vista della kermesse a cinque cerchi del prossimo anno a Londra.

Nelle gare di velocità si attende l’ormai consueta sfida tra Stati Uniti e Giamaica; mentre il mezzofondo sarà ancora una volta savana di battaglia tra le gazzelle keniane e le volpi etiopiche. Tra i protagonisti maschili attesi, su tutti, e come potrebbe essere diversamente, l’uomo-razzo giamaicano Usain Bolt battuto da Tyson Gay nel 2010 sulla “sua” distanza, i 100 mt, dopo due anni di vittorie senza soluzione di continuità. Da seguire anche la prova del keniano Kipruto, campione olimpico uscente, ad un solo centesimo dal record del mondo nei 3000 siepi al meeting di Montecarlo. Tra le donne attese al varco la “mascolina” Caster Semenya, detentrice dell’alloro iridato sulla distanza degli 800 mt; la decisamente meno mascolina Blanka Vlasic, pretendente al trono dell’alto, e la “zarina” russa Yelena Isinbayeva, pronta a riprendersi lo scettro a forma di asta.

L’atletica leggera italiana in crisi profonda da venti lunghissimi, salvo qualche jolly pescato qui e là come Fabrizio Mori o Fiona May o Stefano Baldini ed i vari marciatori, si presenta allo sparo della partenza con appena 32 unità (comprese le riserve per le staffette), record negativo di sempre. Persi per strade per varie ragioni alcune punte di diamante come lo sfortunatissimo Andrew Howe (scongiurato il ritiro, si spera di rivederlo in condizioni quantomeno accettabili a Londra); Elisa Cusma, in uscita da un biennio costellato da infortuni, e Giuseppe Gibilisco che aveva indovinato la misura minima di qualificazione in Germania ma la IAAF non ha omologato il risultato. Concrete speranze di medaglie riposte unicamente nella saltatrice in alto Antonietta Di Martino, reduce da un prestigioso due metri netto, seconda migliore misura stagionale, al meeting di Madrid di metà agosto. Una piccola fiammella per un insperato exploit la alimentano il capitano azzurro Nicola Vizzoni, 38enne lanciatore di martello, causa la mannaia dell’antidoping abbattutasi sui leader mondiali della specialità, e Simona La Mantia considerando il campo partenti di certo non memorabile nel salto triplo femminile. Discorso a parte per i marciatori, settore in cui la grande tradizione tricolore continua a sfornare talenti: Alex Schwazer e Giorgio Rubino pur non partendo da favoriti potrebbero imbroccare la gara giusta ed inserirsi in zona medaglia.

Doverosa chiusura dedicata al mito sudafricano Oscar Pistorius, l’atleta bi-amputato, che coronerà il sogno di gareggiare contro i normodotati sulla distanza dei 400 mt e nella staffetta 4x400.

SERIE A: IL PUNTO SUL MERCATO (parte II)

Cantieri aperti anche per le formazione medio-piccole della serie A, tutte obbligate a sfoltire i calciatori in esubero prima di procedere ai ritocchi necessari per intraprendere la missione salvezza.

A Cagliari, saltata la prima panchina della stagione con l’allontanamento di Donadoni (pomo della discordia col vulcanico presidente Cellino l’affaire Suazo), peraltro mai troppo amato dai senatori isolani, confermata l’intelaiatura che ha garantito la settima salvezza consecutiva e le sirene che ammaliavano i vari Astori, Canini e Cossu, son rimaste inascoltate.
In casa Catania, rientrata la querelle Pulvirenti-Lo Monaco, si è scelto Montella in sostituzione del “cholo” Simeone come guida in panchina rinvigorendo l’anima latina della squadra rimpolpata dall’arrivo dello spagnolo Keko e dell’argentino Paglialunga.

Il Bologna pesca tra le retrocesse: Diamanti dal Brescia per formare un’interessante accoppiata tutta italiana col “profeta” Di Vaio e Gillet tra i pali in sostituzione di Viviano.
Il Chievo Verona, scelto il cavallo di ritorno Di Carlo per la panchina, annuncia gli interessanti arrivi di Paloschi per l’attacco, del nazionale peruviano reduce da un’ottima Copa America Cruzado per il centrocampo e di Acerbi, uno dei migliori difensori della scorsa serie B.

Il Parma, messa da parte una stagione piuttosto anonima malgrado i massicci investimenti, riparte con immutate ambizioni europee: Blasi e Santacroce dal Napoli, il ritorno del figliol prodigo Biabiany ed il rientro in Italia del cileno Valdes, in prestito dallo Sporting Lisbona, fanno cullare sogni di gloria agli emiliani, sicuramente la più attrezzata sulla carta tra le “provinciali” e possibile sorpresa del campionato. Il Cesena, salutato Ficcadenti, adesso in rampa di lancio sulla panchina del Cagliari, e scelto Giampaolo come suo sostituto, cerca un nuovo miracolo sportivo affidandosi alla voglia di riscatto di Mutu, Eder e Candreva. Un mercato da 8 pieno se il presidente Campedelli riuscirà a trattenere in Romagna (impresa difficile ad onor del vero) Giaccherini e Parolo.

Il Lecce, pilotato dal guerriero Di Francesco alla prima esperienza su una panchina di serie A (unico neofita insieme a Sannino ed allo “straniero” Luis Enrique) ha ingaggiato Julio Sergio a difesa dei pali ed il talentino Strasser dal Milan; caccia aperta a rinforzi per il reparto avanzato: Pablo Gonzalez è l’obiettivo principale col malcelato sogno di riportare in Salento il “profeta in patria” Miccoli.
L’Atalanta con la spada di Damocle della penalizzazione di 6 punti per il caso “scomessopoli” pendente sul capo, persi gli squalificati Doni e Manfredini, si affida alle sicurezze offerte da Lucchini e Masiello per blindare la linea difensiva ed alla scommessa del ventenne Gabbiadini, nazionale di categoria ed ennesimo prodotto del fertile vivaio orobico, per l’attacco.

Il Siena si mette nelle sapienti mani, anzi nei piedi, di D’Agostino per guidare in campo una squadra imbottita di giovani. L’ultima neopromossa al gran ballo, il Novara di Tesser, punta tutto sull’entusiasmo di una piazza che mancava dai vertici calcistici nazionali da 55 anni. Spiccano tra gli arrivi il promettente Mazzarani e Morimoto per l’attacco.

lunedì 15 agosto 2011

SERIE A: IL PUNTO SUL MERCATO (parte I)

A due settimane esatte dalla chiusura dei battenti del calciomercato più difficile della ultracentenaria storia del calcio italiano si intensificano i lavori per consegnare agli allenatori delle venti squadre chiamate sulla linea di partenza i pezzi mancanti dei puzzle.

I campioni uscenti del Milan, rinforzata la difesa con l’arrivo degli svincolati Mexes e Taiwo, e bruciata sul tempo la concorrenza per la stellina El Shaarawy, sono a caccia dell’ultimo tassello, l’amletico “mister x”, in grado di ridare nuova linfa al centrocampo rossonero: sfumati i sogni Hamsik e Fabregas, complicatissimo il ritorno di Kakà, fari puntati sugli italiani Aquilani e Montolivo, con quest’ultimo, in grado sia di sostituire Pirlo sia di giostrare alle spalle delle punte, in pole position.
Inter che potrebbe uscire decisamente ridimensionata dal mercato estivo 2011 vista l’ormai probabile partenza di Eto’o con destinazione russa e quella possibile di Snejder dovuta al cambio di modulo tattico voluto dal nuovo trainer Gasperini. L’arrivo della stellina Alvarez e quello possibile di Tevez in sostituzione del camerunense non sembrano accontentare una piazza abituatasi a dominare dentro e fuori lo stivale negli ultimi anni.

Napoli praticamente al completo e pronto a tuffarsi nell’avventura Champions coi rinforzi Britos, Donadel, Dzemaili, Santana ed il colpaccio Inler. Unico neo l’incognita Lavezzi, col caldo pubblico partenopeo che già sogna l’approdo sotto il Vesuvio di “pepito” Rossi in sostituzione del “pocho”. Encefalogramma piatto sul fronte arrivi, almeno per quanto riguarda nomi di spicco, in casa Udinese mentre sull’altro piatto della bilancia pesano le partenze di Inler e Sanchez.

Lavoro limitato allo sfoltimento dell’organico per la Lazio di Lotito mossosi per tempo per consegnare a “nonno” Reja un’iniezione di esperienza internazionale con gli acquisti di Cisse, Miro Klose, Cana e dell’ex portiere della nazionale Marchetti in sostituzione dell’ormai emigrato Muslera.
Quasi panico per l’altra formazione capitolina che a due giorni dall’avvio ufficiale della stagione si ritrova ancora in alto mare: almeno quattro gli arrivi necessari a completare l’organico con decisa urgenza per la mediana cui servono i due titolari da affiancare a De Rossi nel nuovo modulo di evidente impronta “blaugrana” voluto da Luis Enrique. Con l’arrivo al Barcellona di Fabregas possibile l’approdo in giallorosso del “crac” Thiago Alcantara, tra i giovani più promettenti dell’intero panorama mondiale.

La Juventus insieme al Napoli è la squadra che ha investito di più; situazione preventivabile considerando il disastroso mercato fatto di prestiti con diritto (o obbligo?) di riscatto dell’anno scorso. Ottimo l’approdo in bianconero del centrocampista di rottura cileno Vidal, al quale si aggiungono gli arrivi di Vucinic, Lichtsteiner, Ziegler, Pazienza e Pirlo (ma è il regista adatto al modulo ultraoffensivo di Conte?); manca però il grande nome che i numerosi tifosi della “vecchia signora” attendevano.
Restyling completo per la Fiorentina: persi i già citati Santana e Donadel; con Gilardino, Montolivo e Vargas al passo d’addio, si rifonderà su Jovetic, recuperato a tempo pieno dopo il gravissimo infortunio al ginocchio. Possibili arrivi Maxi Lopez per l’attacco e Bovo per la difesa, ma l’appassionato pubblico viola è già sul piede di guerra e tira una pesante aria di contestazione nei confronti della smobilitazione operata dai Della Valle.

Persi Pastore e Sirigu con direzione Francia, il Palermo di Zamparini riparte dalle conferme (ma ci sono ancora quindici giorni per essere smentiti) di Ilicic ed Hernandez; mentre il Genoa, sempre coinvolto in ardite giravolte di mercato, attende a braccia aperte Gilardino e sogna il ritorno sul Mar Ligure di Cassano (non graditissimo ai tifosi rossoblù per il recente passato blucerchiato).

mercoledì 10 agosto 2011

MONDIALI DI RUGBY 2011: PREVIEW

Conto alla rovescia partito per i Mondiali di rugby, in calendario a partire dal 9 settembre in Nuova Zelanda. Venti le selezioni nazionali in lizza per succedere al Sud Africa nell’albo d’oro della manifestazione giunta alla settima edizione. Una crescita inarrestabile quella del movimento rugbystico a livello mondiale, testimoniata dall’incremento del 19% dei praticanti agonisti negli ultimi quattro anni e dallo sviluppo del torneo iridato che ha scalzato il Tour de France dal podio delle manifestazioni sportive più importanti per giro d’affari dietro le inarrivabili Campionati del Mondo di calcio e Olimpiadi.

In scena l’ormai canonica sfida tra due concezioni del gioco agli antipodi: il rugby “di contatto” delle formazioni dell’emisfero australe ed il rugby di posizionamento e territorialità delle squadre del vecchio continente. Una sfida epica che sinora ha visto nettamente prevalere le squadre più blasonate dell’estremo sud del mondo, Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa, trionfatrici in cinque delle sei edizioni sin qui disputate. Unica eccezione l’Inghilterra guidata in campo da “piede fatato” Jonny Wilkinson nell’indimenticato exploit nella terra dei canguri del 2003.

Un torneo massacrante concentrato in sei settimane (la più lunga tra le competizioni iridate delle varie discipline), prova generale del gran ritorno alle Olimpiadi dello sport della palla ovale previsto per il 2016, sebbene solo nell’edulcorata forma del rugby a sette. La fisicità potrebbe di conseguenza essere determinante per arrivare fino in fondo. Pronostico pertanto in favore delle tre solite note: gli “all blacks” padroni di casa, il Brasile calcistico del rugby, fucina di individualità strepitose che ha dimostrato però di avere una sinistra tendenza a squagliarsi negli appuntamenti più importanti; i “wallabies” australiani meno dotati di talento dei cugini neozelandesi ma maggiormente capaci di giocare di squadra; il Sud Africa campione uscente, gli “springboks”, squadra dotata di maggiori mezzi fisici tra il lotto delle favorite nelle cui fila milita Bryan Habana, il giocatore attualmente più forte al mondo. Speranze europee affidate principalmente alle solite note Inghilterra e Francia; possibile outsider l’Argentina, terza al mondiale 2007, il cui movimento rugbystico è in fortissima ascesa ma che sarà priva in panchina dello stratega Loffreda, artefice della crescita internazionale dei “pumas”.

Italia presente ai nastri di partenza con grandi ambizioni dopo l’ottimo Sei Nazioni 2011: obiettivo minimo il terzo posto nel girone (raggruppamento C con Australia, Irlanda, Stati Uniti e Russia) valido per ottenere il pass per la prossima Coppa del Mondo in Inghilterra nel 2015, ma si punterà ad una prestigiosa qualificazione agli ottavi, risultato mai raggiunto nelle sei precedenti edizioni.

martedì 9 agosto 2011

IL PARADISO PERDUTO

La Mecca calcistica per eccellenza, il Bel Paese, un tempo meta ambita per illustri professionisti della pedata al pallone e per sconosciuti carneadi più rapidi di meteore provenienti da ogni angolo del globo sembra aver perso il suo fascino.

Dalla riapertura delle frontiere, nel luglio del 1980, immediatamente dopo lo scandalo totonero, l’Italia aveva rappresentato la massima aspirazione per ogni calciatore in carriera del pianeta. I primi arrivi esterofili, tra i quali quello del “principe” Paulo Roberto Falcao alla Roma, dell’esponente del calcio totale olandese Krool al Napoli e del professore irlandese Liam Brady alla Juventus scudettata alla fine della stagione, aprivano la strada all’approdo nel massimo torneo nazionale delle stelle straniere. Nella stagione successiva l’avvento delle sponsorizzazioni sulle divise delle formazioni di serie A ed il conseguente aumento degli investimenti da parte dei club della massima divisione nostrana, unitamente allo sviluppo della rete degli osservatori, in special modo nei campionati sudamericani del tempo, rafforzavano il flusso in entrata di calciatori di grande fama e tecnica.

Se i sodalizi più blasonati pescavano nel vecchio continente (la Juventus con “sua maestà” Platini, Laudrup e Boniek; l’Inter coi panzer tedeschi Rummenigge, Matthaus, Klinsmann e Brehme; il Milan dapprima meno fortunato con gli inglesi Wilkins ed Hateley e successivamente col trio olandese delle meraviglie Gullit, Van Basten e Rijkard), le medie e piccole squadre del massimo campionato setacciavano il Sudamerica alla ricerca del colpo della vita: arrivavano così il “divino” Zico in Friuli, Junior nella Torino dal grande passato, la coppia argentina Diaz-Passerella alla Fiorentina ed il più grande calciatore di ogni epoca, Maradona, all’ombra del Vesuvio. Il tutto mentre il danese Elkjaer ed il tedesco Briegel erano artefici del miracolo Hellas Verona, penultimo del nostro calcio.

Gli anni ’90, condizionati dalla sentenza Bosman e dalla conseguente liberalizzazione nella circolazione dei calciatori, pardon lavoratori, europei, inflazionavano la presenza straniera in Italia, ma nel marasma generale giungevano nello Stivale autentici fenomeni: Ronaldo, Zidane, Nedved, Batistuta, Scevchenko, sono solo alcuni tra i nomi di spicco di top player che avevano portato le società italiane a dominare il panorama europeo continentale per club sino ai primi anni del nuovo millennio.

L’elenco dei palloni d’oro sotto questo profilo è realmente emblematico: analizzando l’albo d’oro degli ultimi 30 anni, escludendo dal computo, ovviamente, le tre edizioni più recenti, solo l’ucraino Bjelanov, all’epoca ancora sotto la bandiera dell’Unione Sovietica in piena guerra fredda, il difensore tedesco Sammer e l’inglese Owen non sono passati a tirare calci ad un pallone lungo la Penisola.

Gli ultimi anni del primo decennio del 2000, difatti, segnano un’inversione di tendenza ed il declino dell’azienda pallonara italiana: prima Zidane (peraltro un affarone dal punto di vista economico per la Juventus), poi Kakà aprono la via di fuga dal perduto paradiso calcistico all’italiana: favoriti da una legislazione previdenziale estremamente vantaggiosa le squadre dei campionati spagnolo ed inglese saccheggiano i talenti del nostro calcio svilendo l’ex campionato “più bello del mondo”, ora declassato ad un ben più triste “difficile”. In contumacia di una legislazione UEFA armonica, arrivano persino a pescare allegramente tra i giovani atleti dei vivai, ancora privi di contratto professionistico, scatenando la reazione di presidenti ed addetti ai lavori.

L’estate 2011 segna probabilmente il punto più basso dell’ultracentenaria storia del pallone tricolore: talenti appena sbocciati destinati a dominare la scena calcistica mondiale negli anni a venire come Pastore e Sanchez lasciano il campionato italiano, e colonne della Nazionale del presente e del futuro come Giuseppe Rossi, Balotelli, Criscito e Aquilani sono costretti a emigrare. Il tutto mentre i più forti calciatori del mondo, Messi e Cristiano Ronaldo, militano lontano dalla Penisola, triste specchio della decadenza italica ad ogni livello.

IL LOCK-OUT A STELLE E STRISCE

Gli spettri di un blocco totale della stagione 2011/2012 NBA, il rumoroso carrozzone della pallacanestro professionistica americana, una macchina da oltre quattro miliardi di dollari di fatturato complessivo annuale, agitano i sogni di David Stern, il commissioner NBA sulla tolda di comando della nave dal 1984.
Lo stesso Stern aveva pilotato il vascello NBA fuori dalle secche del lock-out nel 1998 sacrificando metà stagione regolare alla ricerca di un compromesso tra proprietari e giocatori poi durato ininterrottamente (e proficuamente) fino al giugno 2011. Tredici stagioni di crescita esponenziale per la Lega sprovincializzatasi dal mercato americano (ma può definirsi provinciale un mercato da 200 milioni di utenze?) per sbarcare alla conquista del mondo globalizzato, Europa e Cina in primis.
I 70 giorni che mancano al tradizionale tip-off della stagione regolare apparirebbero sufficienti per trovare un accordo tra i due fronti, ma gli spifferi che arrivano nel vecchio continente sulle ali del vento che soffia oltre oceano fanno propendere per una “pacifica” risoluzione della controversia davvero difficoltosa. Tanto più se si considera il recente esempio della “guerra” senza quartiere all’interno della NHL, la lega americana dell’hockey su ghiaccio, costata l’intera stagione 2004/2005.
I proprietari NBA, uniti in un blocco granitico come non mai, rivendicano perdite complessive per 300 milioni di dollari l’anno e spingono per un salary cup, il tetto salariale per ogni franchigia sforato il quale si paga una salata penale, in forma rigida con un massimo di spesa per ogni squadra tra i 62 ed i 65 milioni di dollari l’anno ed anche un minimo, la cui entità è ancora tutta da determinare (e su cui il blocco granitico degli owners potrebbe pericolosamente incrinarsi) per garantire la presenza di squadre competitive e redistribuire, più o meno diffusamente, le eventuali perdite. Al nuovo salary cup si dovrebbe accompagnare, nell’idea dei proprietari delle franchigie americane, lo stravolgimento del vecchio CBA ormai scaduto, il contratto collettivo degli atleti che portava nelle tasche dei giocatori il 57% degli introiti complessivi della Lega: abbattere le retribuzioni salariali di sette punti percentuali è la proposta dei proprietari.
Sull’altro versante i giocatori, guidati dal playmaker dei Los Angeles Lakers Derek Fisher e dal “sindacalista” Billy Hunter, non credono alle cifre snocciolate dai proprietari sulle perdite NBA, anche (e soprattutto) in vista della rinegoziazione del contratto televisivo americano che si preannuncia quantomai succoso, e ribattono con una proposta di decremento dei salari fino al 54,3% degli introiti complessivi. Proposta sin qui rigettata senza essere nemmeno vagliata.
Mentre le trattative restano in alto mare abbondantemente lontano da ogni approdo, si moltiplicano le voci che coinvolgono con insistenza molte stelle NBA pronte a salpare verso gli Euro del Vecchio Continente. E tra i tanti rumors arriva anche la prima firma ufficiale: Deron Williams, playmaker dei New Jersey Nets, già oro olimpico col “Dream Team” americano ai giochi olimpici di Pechino 2008 e due volte All Star, ha raggiunto l’accordo con la formazione turca del Besiktas. Il rischio di una moderna traversata del Mar Rosso con sfondo questa volta oceanico è davvero molto alto. Fino a che punto Stern e gli owners NBA saranno disposti a correrlo solo il tempo, si spera non troppo dilatato, potrà dircelo.