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martedì 9 agosto 2011

IL PARADISO PERDUTO

La Mecca calcistica per eccellenza, il Bel Paese, un tempo meta ambita per illustri professionisti della pedata al pallone e per sconosciuti carneadi più rapidi di meteore provenienti da ogni angolo del globo sembra aver perso il suo fascino.

Dalla riapertura delle frontiere, nel luglio del 1980, immediatamente dopo lo scandalo totonero, l’Italia aveva rappresentato la massima aspirazione per ogni calciatore in carriera del pianeta. I primi arrivi esterofili, tra i quali quello del “principe” Paulo Roberto Falcao alla Roma, dell’esponente del calcio totale olandese Krool al Napoli e del professore irlandese Liam Brady alla Juventus scudettata alla fine della stagione, aprivano la strada all’approdo nel massimo torneo nazionale delle stelle straniere. Nella stagione successiva l’avvento delle sponsorizzazioni sulle divise delle formazioni di serie A ed il conseguente aumento degli investimenti da parte dei club della massima divisione nostrana, unitamente allo sviluppo della rete degli osservatori, in special modo nei campionati sudamericani del tempo, rafforzavano il flusso in entrata di calciatori di grande fama e tecnica.

Se i sodalizi più blasonati pescavano nel vecchio continente (la Juventus con “sua maestà” Platini, Laudrup e Boniek; l’Inter coi panzer tedeschi Rummenigge, Matthaus, Klinsmann e Brehme; il Milan dapprima meno fortunato con gli inglesi Wilkins ed Hateley e successivamente col trio olandese delle meraviglie Gullit, Van Basten e Rijkard), le medie e piccole squadre del massimo campionato setacciavano il Sudamerica alla ricerca del colpo della vita: arrivavano così il “divino” Zico in Friuli, Junior nella Torino dal grande passato, la coppia argentina Diaz-Passerella alla Fiorentina ed il più grande calciatore di ogni epoca, Maradona, all’ombra del Vesuvio. Il tutto mentre il danese Elkjaer ed il tedesco Briegel erano artefici del miracolo Hellas Verona, penultimo del nostro calcio.

Gli anni ’90, condizionati dalla sentenza Bosman e dalla conseguente liberalizzazione nella circolazione dei calciatori, pardon lavoratori, europei, inflazionavano la presenza straniera in Italia, ma nel marasma generale giungevano nello Stivale autentici fenomeni: Ronaldo, Zidane, Nedved, Batistuta, Scevchenko, sono solo alcuni tra i nomi di spicco di top player che avevano portato le società italiane a dominare il panorama europeo continentale per club sino ai primi anni del nuovo millennio.

L’elenco dei palloni d’oro sotto questo profilo è realmente emblematico: analizzando l’albo d’oro degli ultimi 30 anni, escludendo dal computo, ovviamente, le tre edizioni più recenti, solo l’ucraino Bjelanov, all’epoca ancora sotto la bandiera dell’Unione Sovietica in piena guerra fredda, il difensore tedesco Sammer e l’inglese Owen non sono passati a tirare calci ad un pallone lungo la Penisola.

Gli ultimi anni del primo decennio del 2000, difatti, segnano un’inversione di tendenza ed il declino dell’azienda pallonara italiana: prima Zidane (peraltro un affarone dal punto di vista economico per la Juventus), poi Kakà aprono la via di fuga dal perduto paradiso calcistico all’italiana: favoriti da una legislazione previdenziale estremamente vantaggiosa le squadre dei campionati spagnolo ed inglese saccheggiano i talenti del nostro calcio svilendo l’ex campionato “più bello del mondo”, ora declassato ad un ben più triste “difficile”. In contumacia di una legislazione UEFA armonica, arrivano persino a pescare allegramente tra i giovani atleti dei vivai, ancora privi di contratto professionistico, scatenando la reazione di presidenti ed addetti ai lavori.

L’estate 2011 segna probabilmente il punto più basso dell’ultracentenaria storia del pallone tricolore: talenti appena sbocciati destinati a dominare la scena calcistica mondiale negli anni a venire come Pastore e Sanchez lasciano il campionato italiano, e colonne della Nazionale del presente e del futuro come Giuseppe Rossi, Balotelli, Criscito e Aquilani sono costretti a emigrare. Il tutto mentre i più forti calciatori del mondo, Messi e Cristiano Ronaldo, militano lontano dalla Penisola, triste specchio della decadenza italica ad ogni livello.

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