Gli spettri di un blocco totale della stagione 2011/2012 NBA, il rumoroso carrozzone della pallacanestro professionistica americana, una macchina da oltre quattro miliardi di dollari di fatturato complessivo annuale, agitano i sogni di David Stern, il commissioner NBA sulla tolda di comando della nave dal 1984.
Lo stesso Stern aveva pilotato il vascello NBA fuori dalle secche del lock-out nel 1998 sacrificando metà stagione regolare alla ricerca di un compromesso tra proprietari e giocatori poi durato ininterrottamente (e proficuamente) fino al giugno 2011. Tredici stagioni di crescita esponenziale per la Lega sprovincializzatasi dal mercato americano (ma può definirsi provinciale un mercato da 200 milioni di utenze?) per sbarcare alla conquista del mondo globalizzato, Europa e Cina in primis.
I 70 giorni che mancano al tradizionale tip-off della stagione regolare apparirebbero sufficienti per trovare un accordo tra i due fronti, ma gli spifferi che arrivano nel vecchio continente sulle ali del vento che soffia oltre oceano fanno propendere per una “pacifica” risoluzione della controversia davvero difficoltosa. Tanto più se si considera il recente esempio della “guerra” senza quartiere all’interno della NHL, la lega americana dell’hockey su ghiaccio, costata l’intera stagione 2004/2005.
I proprietari NBA, uniti in un blocco granitico come non mai, rivendicano perdite complessive per 300 milioni di dollari l’anno e spingono per un salary cup, il tetto salariale per ogni franchigia sforato il quale si paga una salata penale, in forma rigida con un massimo di spesa per ogni squadra tra i 62 ed i 65 milioni di dollari l’anno ed anche un minimo, la cui entità è ancora tutta da determinare (e su cui il blocco granitico degli owners potrebbe pericolosamente incrinarsi) per garantire la presenza di squadre competitive e redistribuire, più o meno diffusamente, le eventuali perdite. Al nuovo salary cup si dovrebbe accompagnare, nell’idea dei proprietari delle franchigie americane, lo stravolgimento del vecchio CBA ormai scaduto, il contratto collettivo degli atleti che portava nelle tasche dei giocatori il 57% degli introiti complessivi della Lega: abbattere le retribuzioni salariali di sette punti percentuali è la proposta dei proprietari.
Sull’altro versante i giocatori, guidati dal playmaker dei Los Angeles Lakers Derek Fisher e dal “sindacalista” Billy Hunter, non credono alle cifre snocciolate dai proprietari sulle perdite NBA, anche (e soprattutto) in vista della rinegoziazione del contratto televisivo americano che si preannuncia quantomai succoso, e ribattono con una proposta di decremento dei salari fino al 54,3% degli introiti complessivi. Proposta sin qui rigettata senza essere nemmeno vagliata.
Mentre le trattative restano in alto mare abbondantemente lontano da ogni approdo, si moltiplicano le voci che coinvolgono con insistenza molte stelle NBA pronte a salpare verso gli Euro del Vecchio Continente. E tra i tanti rumors arriva anche la prima firma ufficiale: Deron Williams, playmaker dei New Jersey Nets, già oro olimpico col “Dream Team” americano ai giochi olimpici di Pechino 2008 e due volte All Star, ha raggiunto l’accordo con la formazione turca del Besiktas. Il rischio di una moderna traversata del Mar Rosso con sfondo questa volta oceanico è davvero molto alto. Fino a che punto Stern e gli owners NBA saranno disposti a correrlo solo il tempo, si spera non troppo dilatato, potrà dircelo.
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