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parole in libertà dal mondo dello sport

domenica 28 agosto 2011

(AUTO)SCACCO AL RE

Voleva essere un pezzo celebrativo di Christophe Lemaitre, il ventunenne velocista francese, primo bianco a scendere sotto l’invalicabile (per molti, ma non per tutti) muro dei dieci secondi netti nella prova dei 100 metri piani. Voleva essere l’articolo del gradito ritorno di un uomo bianco nel gran ballo dell’elite dello sprint mondiale. Voleva essere, magari… Se possibile… Anche il fedele resoconto di una gara spettacolare conclusa con un bianco sorridente ed ornato di bronzea medaglia.
Sì perché per la regina delle discipline sportive riglobalizzare il campo partenti nelle finali olimpiche e mondiali della prova più seguita e ammirata è vitale. Perché da troppo tempo Giamaica e Stati Uniti cannibalizzano il settore ed il resto del mondo sta a guardare. Perché da troppo tempo mancano all’atletica mondiale i Valerij Borzov, i Marian Woronin oppure ancora, con un pizzico di sana nostalgia patriottica, i Livio Berruti ed i Pietro Mennea.
Quest’articolo voleva essere questo e tante altre cose. Ma come si può scrivere liberamente e non pensare a quanto successo in una serata coreana di fine estate senza sogni da inseguire ed un incubo da scacciare, con buona pace di Shakespeare? A quell’icona dello sport moderno autodetronizzatasi dal trono come fosse un sovrano qualsiasi. Ad un re nudo di medaglie ed allori, e spogliatosi persino della maglietta e dei suoi istrionismi gigioneggianti che lo avevano reso personaggio dentro e fuori la pista.
Che Usain Bolt potesse perdere questa finale mondiale era dopotutto possibile: nello sport di scontato non c’è mai stato né ci sarà mai nulla. Che ogni favola sportiva, anche la più bella e longeva, abbia un brutto più che bel giorno termine è nella logica delle cose. Che i dubbi si addensassero sulle reali condizioni fisiche di Bolt tra i commenti di chi lo accreditava di un possibile tempo attorno ai secondi 9 e centesimi 70 in presenza di condizioni di vento favorevoli e di chi, come l’ex tre volte iridato della specialità Maurice Green (invero preso per matto), dirottava i favori del pronostico in altre direzioni ci stava pure. Meno preventivabile era ciò che realmente è successo.
Forse assalito dalla nostalgia vista la mancanza dei rivali storici Asafa Powell e Tyson Gay… Forse nervoso per una condizione che stentava a ritrovare… Forse preoccupato dall’esplosione del giovane connazionale Yohan Blake (alla fine medaglia d’oro col tempo di 9”92)… Forse disturbato dal vento che soffiava in direzione contraria e che poteva sfavorire lui, alto 195 centimetri, piuttosto che il brevilineo rivale… Usain decide di suicidarsi, sportivamente parlando, anticipando di oltre un decimo lo sparo dello starter. Falsa partenza, occhi increduli (i suoi e di chi assisteva) e null’altro da aggiungere.

Alla fine Lemaitre è giunto quarto: solamente medaglia di legno, e potrebbe già andar bene così. Ma dopo tutto chi se lo ricorderà?

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